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Protesi mammarie che si rigenerano: fantascienza o realtà?

PROTESI BIODEGRADABILI CHE RIGENERANO I TESSUTI: ma è possibile?

Ciao bellissima Donna,

come ben saprai, ad oggi, nella maggior parte degli interventi (come lumpectomia, quadrantectomia o mastectomia) si utilizzano protesi in silicone, che hanno indubbiamente molti vantaggi, ma che portano con sé lo svantaggio di dover essere sostituite (ogni 10-15 anni, di norma).

E tra gli svantaggi, c’è anche quello che le protesi possono dare luogo a molti fastidi come la nascita di una forma di linfoma che (in rarissimi casi) si può sviluppare nel seno. 

Per questo, anche se nel mondo della chirurgia ricostruttiva e oncoplastica se ne parla ancora poco, in futuro le protesi al seno potrebbero non essere più di silicone.

Da alcuni anni, infatti, diverse aziende, anche in Italia, stanno lavorando all’idea di sostituire il silicone con protesi interamente biodegradabili, che possano restituire un seno il più possibile naturale alle pazienti.

E ovviamente senza effetti collaterali. 

Una di queste aziende è francese, Lattice Medical, e nelle settimane scorse ha eseguito il primo impianto della sua protesi interamente biodegradabile in una paziente operata per un tumore al seno. 

In generale, l’idea alla base di queste protesi, costruite con materiali biodegradabili grazie alla stampa 3D, è di fornire una struttura predefinita (scaffold) che funga da ‘impalcatura’ o da ‘terreno fertile’.

Questo per far crescere al suo posto il tessuto della paziente stessa, e che si riassorba non lasciando alcun corpo estraneo nel seno.

Anche in Italia si sta lavorando allo sviluppo di una protesi mammaria innovativa e bioriassorbibile per una ricostruzione naturale del seno e sta per partire una seconda sperimentazione.

Infatti, la Tensive ha già completato con successo i test preclinici e, dal 2019 al 2021, ha condotto la prima sperimentazione clinica su 15 pazienti che avevano subito una lumpectomia per la rimozione di un tumore non maligno presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana.

Ciascuna paziente è stata seguita per un periodo da 12 mesi a 28 mesi. L’obiettivo è stato valutare la sicurezza, la compatibilità con le tecniche diagnostiche (come la classica mammografia, ad esempio), l’impatto sulla qualità di vita delle pazienti, la loro soddisfazione e l’eventuale insorgenza di dolore o effetti avversi legati alla chirurgia.

Leggi l’articolo di La Repubblica.

Leggi l’articolo di IEO (Istituto Europeo di Oncologia).

E tu cosa ne pensi? Credi che nei prossimi anni potremo dire addio alle protesi in silicone? Faccelo sapere nei commenti.

Un abbraccio

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